La bellezza negli occhi (di chi sa guardare)

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Ho sempre dato poca importanza all’estetica e all’aspetto esteriore delle cose. Questo atteggiamento mi ha causato una progressiva atrofizzazione dell’intelligenza visuale che a volte rasenta il deficit cognitivo. Ecco alcuni esempi.

Poniamo che io e te ci incontriamo per la prima volta ad una festa, ci presentiamo e poi ci mescoliamo tra la gente. Non più di cinque minuti dopo ignorerò il tuo cenno di saluto, o sarò a disagio rispetto alla tua iniziativa di rivolgermi la parola. Non è per snobberia, è che ti sei tolto il maglione blu che avevi prima, e così facendo hai spogliato la mia memoria visiva dell’unico punto di riferimento per riconoscerti.
Non distinguo Cameron Diaz da Angelina Jolie in un servizio in cui si parla di entrambe (true story).
In un recinto pieno di mucche ci metto svariati secondi a distinguere l’unico cavallo, anche se mi viene indicato (true story).
Non mi accorgo se Kino ha fatto ordine a casa mia in mia assenza (true story). Immagino che, per analogia, non sarei in grado di notare se è stata messa a soqquadro da una banda di teppisti. Non lo so per certo perché finora non è mai successo (che io mi sia accorto, almeno).
Se su un materasso si trovano poggiati oggetti bidimensionali non rigidi, non mi impediranno di tuffarmici sopra con scarsa grazia: verranno infatti inconsciamente classificati dal mio cervello alla stessa stregua delle lenzuola e pertanto ignorati. Sono inclusi: pigiami, camicie, sciarpe di lana, tende ricamate, atti notarili, dischi in vinile, sfoglie di pane carasau, antiche pergamene e orecchie di elefante ancora attaccate al legittimo proprietario.
Insomma, la mia consapevolezza di ciò che si trova nel mio campo visivo è estremamente limitata.

Kino ha un modo totalmente opposto di guardare. Osserva le immagini del mondo intorno a sé con lo sguardo dell’esteta: si nutre di armonia e si sforza costantemente di ricrearla; di conseguenza è allenatissimo a cogliere a colpo d’occhio sia il dettaglio decorativo che la nota stonata. E’ ovvio che la goffaggine di certi miei comportamenti sia motivo per lui di estrema e comprensibile frustrazione.

Nei primi tempi della nostra relazione, la mia atrofia visuale aveva la sua massima espressione nell’abbigliamento. Mi presentavo al suo cospetto con abbinamenti cromatici degni di un daltonico, piumini due taglie più grandi simili a sacchi di spazzatura o pantaloncini corti con calzini a vista e scarpe antiinfortunio. A lui probabilmente sanguinavano gli occhi ogni volta, ma non si è perso d’animo e con delicatezza e la mia non sempre docile collaborazione, ha cominciato a insegnarmi le basi: guardare la forma di un capo d’abbigliamento, notare come cade sul corpo che lo indossa, capire con quali altri capi si può abbinare bene, il ruolo degli accessori, l’effetto generale di un outfit. Per me conquistare una competenza in queste cose era una un gioco, oltre che una sfida e una curiosità intellettuale; per Kino una missione umanitaria dettata dalla necessità di arrestare le emorragie oculari che gli causavano le mie mise.

A poco a poco ho acquistato una certa autonomia nella scelta dei vestiti e nella costruzione degli accostamenti, raggiungendo livelli accettabili di presentabilità e compiendo quella che è passata alla storia come “la defolclorizzazione del look”. A volte adesso sono io addirittura a individuare dei vestiti carini per gli acquisti di Kino.

Questi esercizi di attenzione all’estetica hanno iniziato a curare la mia atrofia visuale. Per estensione, ho iniziato a dare importanza anche all’ambiente in cui vivo. Se qualche anno fa avrei vissuto ignaro in una casa spoglia, adesso mi piace curare l’atmosfera di una stanza. Sono molto orgoglioso ad esempio di come, con la consulenza del mio personal interior designer, abbiamo tirato fuori a casa mia un bel salottino e una cameretta accogliente.

Un altro effetto collaterale inaspettato è che sto imparando ad apprezzare alcune arti figurative che prima proprio non capivo. Dubito che tre anni fa sarei stato in grado di provare le stesse emozioni dello scorso weekend alla mostra di Chagall, o di gustarmi così tanto le coreografie di un musical ben fatto. In pratica, sto scoprendo tutto un pezzo di bellezza che mi stavo perdendo.

Per me questo è un esempio molto chiaro dell’effetto terapeutico della diversità, che porta certamente una quantità infinita di scornamenti, ma allo stesso tempo anche una significativa espansione dell’anima. Forse questo è il senso stesso dello stare insieme: prendere in prestito gli occhi dell’altro, contaminarsi a vicenda, assimilare pezzi dell’altro in sé. Vale per i rapporti di coppia, ma anche più in generale. Citando Elphaba, la protagonista del nostro musical preferito:

So much of me is made of what I learned from you, you’ll be with me like a handprint on my heart.

Molto di quel che sono l’ho imparato da te, sarai con me come un’impronta sul cuore.

Certo, non sono ancora del tutto guarito. La strada è ancora lunga, ma confido che un giorno, con l’aiuto di Kino, imparerò anche a riconoscere da solo e con prontezza se qualcuno ha pulito o svaligiato la casa in mia assenza.

Gino

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