Gendy Bear

Una domenica pomeriggio di qualche  tempo fa, passeggiando per i vicoli del borgo dove vive mia madre, mi sono imbattuto in questo volantino:

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Lì per lì mi ha fatto sorridere, mi sono subito augurato che fosse su quella bacheca già da un po’ (faccio ammenda, non vado a trovare mia madre troppo spesso) e che nel frattempo l’orsacchiotto avesse riabbracciato la bambina a cui regala notti serene. Me lo sono immaginato accovacciato tra le corsie di un supermercato, a cercare verso l’alto la sua bambina seduta sul seggiolino di un carrello,  triste e spaventato. 

Proseguendo la mia passeggiata in quel tiepido pomeriggio d’autunno, ho raggiunto la piazza del paese. Mentre decidevo se mettermi in coda per un gelato che mi avrebbe fatto sentire in colpa, considerato il pranzo a più portate consumato all’osteria “Da mamma”, ho notato un altro volantino, appeso proprio accanto all’ingresso della gelateria artigianale  del paese:

Orsacchiotto2ok

Mi sono avvicinato, ed ho guardato meglio

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L’ultimo sulla destra, quello col tutù giallo…Ma si! È proprio lui! L’orsacchiotto smarrito! Ma allora forse non si è perso per davvero, forse è scappato…sì, è scappato per realizzare il suo sogno, entrare in una compagnia di danza! Probabilmente non ci stava ad adattarsi a ciò per cui tutti lo ritenevano adatto, non si voleva accontentare di accompagnare una bambina nel sonno, passando le notti stritolato in degli abbracci poco gentili per risvegliarsi con un orecchio inzuppato di saliva e di muco. Certo, quello era ciò che si addiceva ad un bravo orsacchiotto, era quello che tutti si aspettavano. Ma lui aveva in serbo ben altri progetti per il suo futuro, aveva un sogno, che si opponeva a tutti i cliché! Sapeva che sarebbe stato complicato accettare le sue ambizioni per la sua famiglia di umani, perché anche se gli volevano bene, non sono così capaci di concedere questo tipo di libertà. E allora ha messo a punto un piano di fuga perfetto; sapeva che sarebbe bastato attendere l’ingresso nella corsia dei biscotti, al supermercato. La bambina avrebbe allungato le braccia verso una qualche confezione colorata, implorando la mamma di metterla nel carrello, ed in quell’istante lo avrebbe lasciato cadere a terra. Succedeva sempre. Ma questa volta non avrebbe fatto appello alla melodia del carillon nella sua schiena, no! Questa volta sarebbe rimasto in silenzio, sicuro che la confezione di biscotti con sorpresa avrebbe fatto scordare alla bambina di lui per qualche ora. E poi sarebbe stato libero, libero di inseguire il suo sogno. Chissà come avrà fatto da quel momento in poi…ma ora eccolo lì, sul volantino di una scuola di danza, col tutù che il suo coraggio gli ha permesso di conquistarsi! Finalmente può essere se stesso e fare ciò che lo rende felice! Non sarebbe fantastico se tutti avessero questa possibilità?! Beh, non voglio addentrarmi negli scenari politici dell’ultim’ora, ma se la tanto discussa teoria del gender non fosse altro che educazione alla libertà di esprimere se stessi? Forse se la chiamassero così sarebbe più chiaro il suo scopo e in molti si schiererebbero a suo favore! 

Quando entriamo in relazione con gli altri, non ne usciamo mai indenni. La nostra affettività si scontra con la realtà del mondo. Con la materialità del nostro corpo. Con la resistenza che gli altri oppongono al nostro desiderio. E il mondo non esita ad addomesticare la vita obbligandoci, molto spesso, a reprimere i nostri sentimenti, a renderci conformi alle aspettative degli altri, a sottometterci al giudizio collettivo. E se la nostra verità fosse proprio lì, in quell’imperfezione che ci portiamo dentro e che cerchiamo a tutti i costi di negare? E se fosse solo nel momento in cui rinunciamo alla perfezione che possiamo vivere pienamente?

Il diritto di essere io, Michela Marzano 

Kino

 

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