Coming out (non si finisce mai)

image

Oggi ho fatto coming out con il mio padrone di casa. Per chi ancora non lo sapesse, fare coming out vuol dire rivelare la propria omosessualità a qualcuno. In un mondo semplice questo post suonerebbe completamente inutile, come se raccontassi che ho confidato al barista sotto casa di avere un portachiavi a forma di cane. Non è una confidenza, ognuno può avere il portachiavi che vuole, no? Ma poiché viviamo nel più complicato dei mondi possibili, è un episodio che racchiude qualche istante di paranoie.

È successo così: il mio padrone di casa sta cercando di vendere l’appartamento in cui vivo e domani verrà a mostrarlo a un potenziale acquirente mentre io sarò al lavoro. Dato che a quell’orario Kino sarà a casa, l’ho semplicemente avvertito che ci sarebbe stato il mio ragazzo. Mi ha risposto “Ok, grazie”.

Prima di scrivergli così, il primo istinto è stato, come sempre, quello di dire “un mio amico”, anziché “il mio ragazzo”. Anche quando ho chiamato la questura per informazioni sul passaporto di Kino, ho dovuto decidere se era meglio dire “un mio amico”. Il fatto è che, nella lingua italiana del 2014 l’espressione “il mio ragazzo” (detta da un ragazzo) non serve per indicare un membro della mia famiglia, ma si traduce più o meno come “lo sa che sono gay?”. L’informazione logistica che si voleva dare scompare totalmente. Immaginatevi la conversazione:

“Domani posso venire a mostrare la casa a un acquirente?”
“Certo, io sarò al lavoro ma lo sa che sono gay?”

Oppure:
“Buongiorno, vorrei un’informazione sui passaporti… no, non è per me, ma lo sa che sono gay?”

Giustamente l’interlocutore penserebbe, nel migliore dei casi: “che c’entra? si vanta del suo orientamento sessuale?” o, se è un uomo: “ci sta provando con me?”. Sarebbe effettivamente una cosa piuttosto inappropriata da dire. In più, per quanto gli omofobi siano una specie fortunatamente in declino, c’è sempre la possibilità di suscitare antipatia o, peggio, ostilità. Mentre invece certi tipi di rapporti sociali uno ci terrebbe a non comprometterli, non fosse altro per le seccature che ne possono conseguire.

Ecco perché “il mio ragazzo” è un’espressione ingombrante. Distrae, spesso imbarazza, a volte indispone. Per questo può essere comodo evitare di confondere gli interlocutori dicendo “un mio amico”… Tutte le volte bisogna scegliere se usare l’espressione più pragmatica o affermare il proprio diritto a dare il giusto nome e dignità alle cose: dopotutto stiamo parlando della persona che mi sta accanto tutti i giorni, non di crêpe e omelette (che molti trentini hanno il vizio di confondere)! Alla fine, anche se con un attimo di esitazione, preferisco quasi sempre la seconda opzione: così il più complicato dei mondi possibili diventa pian piano migliore, man mano che le persone si abituano a reagire, come il mio simpatico padrone di casa, con un semplice “Ok, grazie”.

Gino

Commenta