“Mistero a Bouquet dei Folli” è il progetto nato durante un laboratorio di scrittura creativa. Ho voluto offrire ai miei personaggi un contesto pittoresco da abitare, dove i tulipani nei giardini e le fette di torta alle pesche servite nei bistrot non fanno presagire alcun misfatto. Ma in questo borgo antico che profuma di forno e di lavanda, è successo qualcosa di insolitamente misterioso. In molti non se ne sono accorti, ma qualcuno ha iniziato a indagare…

Ogni mese pubblicherò un nuovo capitolo del racconto. Potrete trovarli in anteprima anche sulla rivista mensile I Like It Magazine. Collezionateli tutti!

 

Indice

1. La signorina snob
2. Fior di baffo
3. Emily
4. Pierre Musicò
5. Giselle
6. L’attesa
7. La distanza
8. Le lettere
9. L’interruzione
10. Gertrude
11. Le parole rivelatrici
12. Il funerale di Amelia
13. La tazza di té
14. La drammatica rivelazione
15. Il diario di Emily

 

1. La signorina Snob

Vi presento la Signorina Snob. Veste perfettamente i panni dell’ispettrice improvvisata in un giallo noir e riesce ad indagare con discrezione, quasi passasse sempre di lì per caso, la Snob. Non dà troppa confidenza, il giusto, e in ogni circostanza conserva quell’aria altezzosa che la rende ancor meno simpatica della Fletcher. Ha un ottimo fiuto, per decifrare il profumo degli infusi, soprattutto, ma anche per scovare i colpevoli di crimini e misfatti. Ed è sempre così elegante! Ha deciso di ritirarsi in un borgo di provincia francese da un paio d’anni, dopo aver ereditato la storica profumeria gestita dalla nonna. Se ne occupa lei ora. Crea personalmente le essenze vendute in boccette di vetro artigianale alle signore borghesi del quartiere. Nel retrobottega ha improvvisato una piccola biblioteca con libri di botanica. Conosce molto bene le piante da cui si ricavano sieri di veleno letali; scoprirete presto quanto le è tornata utile quest’attitudine durante le sue indagini. Ah, ha fatto amicizia con il buffo ometto che gestisce la fioreria accanto al suo negozio. Il poveretto, suo malgrado, è stato coinvolto in una losca vicenda che ha scosso le anime di quel borgo delizioso.
Era un martedì mattina e la Snob tenne chiusa la profumeria. Qualche giorno prima, nel piccolo borgo dove vive e tenta invano di mantenere un basso profilo, un violento temporale aveva danneggiato le piante del suo vicino, il proprietario della fioreria. Pare lo abbia aiutato a dividere i tulipani per colore; i vasi si erano rovesciati e il vento aveva riempito il vialetto di petali. Dicono che poi lo abbia invitato a colazione. Ah, è audace la Snob. Sostiene che l’iniziativa è la più profonda forma di saggezza. Lo aveva portato nel suo retrobottega segreto, quello dove ha improvvisato la sua piccola biblioteca botanica. Aveva qualcosa in mente…

Torna all’indice

2. Fior di baffo

Mercoledì mattina il sig. Fior di Baffo, all’alba già sorseggiava il suo tè. Aveva passato la notte insonne, in balia di congetture più o meno spaventose circa la consulenza concessa alla Snob in cambio dell’aiuto a recuperare i tulipani spazzati via dal temporale. Gli era sembrata così cordiale quando, dopo essersi proposta di sistemare i fiori all’ingresso del negozio mentre lui si occupava dei clienti, lo aveva invitato nel suo retrobottega per una tazza di tè. Era stata cordiale, sì, ed era anche affascinante, la Snob. Una signora minuta ed elegante, sempre con quel suo delizioso foulard di seta verde menta annodato al collo e i capelli perfetti. Il Fior di Baffo non aveva immaginato che avrebbe sorseggiato quella tazza di tè sfogliando antichi libri di botanica. La Snob voleva un elenco delle piante velenose da cui è possibile ricavare un infuso letale. Non aveva voluto giustificare l’insolita richiesta, ma gli aveva offerto una rassicurante fetta di torta alle pesche accennando la cosa più simile ad un sorriso che fosse in grado di improvvisare, ed era bastato. Ma quella notte Fior di Baffo aveva pensato ai tulipani spazzati via dal temporale, e al tè, al retrobottega, al delizioso foulard verde menta, alla botanica, al vago sorriso, alla morte della Signora Amelia, alla torta di pesche… Ehi, un momento! Perché aveva pensato alla morte della signora Amelia, avvenuta qualche giorno prima? Cosa c’entrava con i tulipani, il tè, il retrobottega, il foulard, la botanica, il vago sorriso, la torta alle pesche? Era stata trovata nella veranda affacciata sul suo invidiato giardino, il più grazioso del borgo, la signora Amelia, seduta sulla sedia a dondolo. Mosè, il suo grasso gatto, aveva iniziato a miagolare senza sosta quando al crepuscolo non aveva trovato la sua ciotola piena di tonno, attirando l’attenzione del vicinato. Pareva stesse soltanto dormendo profondamente, ma aveva smesso di respirare da un pezzo.
“La verità è immaginazione” pensò il sig. Fior di Baffo, mentre rifletteva sugli insoliti avvenimenti in cui era stato coinvolto suo malgrado. Cominciavano a incastrarsi come pezzi di un complicatissimo puzzle. Uno di quelli che riproducono i dipinti impressionisti, in cui i dettagli, visti da vicino, appaiono sfocati, ma da qualche passo indietro la visione d’insieme offre contorni più nitidi. “La verità è immaginazione”. Lo disse ad alta voce, ma senza rendersene conto. Quasi fosse una di quelle rivelazioni che vanno pronunciate perché diventino reali…

Torna all’indice

3. Emily

A Bouquet dei Folli, la pittoresca cittadina dove la Signorina Snob ha iniziato qualcosa di simile a un’indagine, lo sgomento per la morte della Signora Amelia aveva invaso il cuore degli abitanti. Era così ben voluta, la Signora Amelia. Fatta eccezione per qualche vicina, moderatamente infastidita dalle ripetute vittorie al concorso annuale per il giardino più bello del borgo. Dodici, quasi consecutive. C’era stato quell’anno in cui un parassita molto raro aveva intaccato la bellezza delle sue rose, offrendo la vittoria alla moglie del sindaco. In molti si chiesero come mai il parassita avesse invaso il suo giardino soltanto, diviso da quello di Gertrude, la moglie del sindaco, solo da una folta siepe. Ma Amelia era buona, si defilava dalle polemiche, sempre. E quel secondo posto era stato per lei motivo d’orgoglio tanto quanto le undici vittorie. Dopo la sua morte anche il giardino divenne triste. Era rigoglioso, come sempre, ma i tulipani sembravano offesi, le ortensie annoiate, le rose teatralmente sofferenti. Gli abitanti del vicinato esitavano un istante quando si avvicinavano al cancello d’ingresso. Avrebbero voluto suonare il campanello per porgere le loro condoglianze ad Emily, la giovane nipote di Amelia, che viveva con la nonna da anni. Erano così legate! La madre di Emily, figlia di Amelia, morì di una rara patologia cardiaca tredici anni anni prima. Il giorno del sesto compleanno di Emily. Il padre, profondamente innamorato della moglie, non riuscì mai a riprendersi dal dolore. Il suo cuore spezzato lo aveva portato alla decisione di affidare Emily alla nonna e partire per la città qualche anno più tardi. Più la figlia cresceva, più gli ricordava la moglie defunta. In molti erano convinti che l’inguaribile dolore lo avesse reso folle. Ad ogni modo partì, senza lasciare traccia. Conclusa l’accademia di botanica della città, anche Emily avrebbe voluto partire e lasciarsi alle spalle quel posto abitato da ricordi dolorosi, ma la nonna iniziò ad accusare i sintomi della malattia che le aveva tolto la mamma, e non se la sentì di abbandonarla. Non le piaceva vivere a Bouquet dei Folli, la gente chiacchierava. Chiacchierava sempre. Chiacchierava troppo!

Torna all’indice

4. Pierre Musicò

Pierre Musicò, commissario nella gendarmeria di Bouquet dei Folli, aveva appena comunicato ad Emily che la morte di nonna Amelia era avvenuta per cause naturali. S’era trattato di un arresto cardiaco, silenzioso e indolore. L’aveva sorpresa mentre assopita dalla brezza dell’autunno sorseggiava il suo tè. Presa per mano da una morte gentile, aveva lasciato il suo adorato giardino in punta di piedi. Emily sembrò confortata dalle parole del commissario. La nonna non aveva sofferto, e si era spenta lì, in mezzo alle sue rose capricciose, ai tulipani, alle ortensie indecise, che ad ogni primavera vestivano nuovi colori. Era sollevata, Emily. Il commissario le chiese se si sarebbe occupata da sola di quella grande proprietà. Era l’unica erede di Amelia e quella casa, quel giardino, richiedevano cure impegnative. Si era diffusa la voce che Gertrude, la moglie del sindaco, avrebbe avanzato un’interessante offerta ad Emily circa l’acquisto di una porzione del giardino. Essendo comunicante con il suo, sarebbe stato sufficiente spostare di qualche decina di metri la siepe divisoria per ridefinire i confini. Amava definirsi una donna di buon cuore, Gertrude. Desiderava alleggerire il fardello di Emily; non poteva occuparsi tutta sola di quel grande e prezioso terreno…

Torna all’indice

5. Giselle

Giselle arrivò a Bouquet dei Folli una settimana dopo la morte di Amelia. Aveva ricevuto l’amara notizia dalla zia, la Snob, e si era organizzata per partire appena possibile. Qualche anno prima aveva frequentato l’accademia di botanica insieme ad Emily, erano amiche. Sapeva quanto fosse legata alla nonna e quanto avrebbe avuto bisogno di un’amica vicino in un momento simile. Giselle viveva a Parigi insieme ai suoi genitori, ma durante gli anni dell’accademia era stata ospite della zia a Bouquet dei Folli. Aveva voluto allontanarsi dalla città per studiare botanica in quel borgo di provincia, attirata dall’idea di spostarsi con la sua bicicletta soltanto. Desiderava fare lunghe passeggiate lontano dal traffico cittadino e riempire le narici col profumo della lavanda, che in quella zona della Francia abitava i campi e i giardini. Durante la sua permanenza dalla Snob, si era fatta benvolere da tutti gli abitanti del quartiere. Non era stato facile, all’inizio. La Signorina Snob si era trasferita lì un anno prima, ma non si era mai curata dei rapporti di vicinato. Spesso cercava di accontentare le clienti della profumeria con malavoglia, accennando un sorriso solo se strettamente necessario. Questo aveva generato diffidenza anche verso Giselle. Ma i suoi occhi generosi e il sorriso che accompagnava i “Bonjour” di ogni mattino, avevano intenerito anche il cuore delle colorate signore borghesi avvezze al pettegolezzo. Il fornaio aggiungeva sempre qualche biscotto alla cannella dopo aver già pesato il sacchetto, per Giselle. E il Fior di Baffo le faceva trovare un tulipano nel cestello della bicicletta ogni volta che usciva dalla biblioteca, proprio accanto alla sua fioreria. Era stato un grande dispiacere per tutti, quando aveva lasciato Bouquet dei Folli per tornare a Parigi. Soprattutto per la zia. Pur essendo tanto diverse, si intendevano perfettamente. Al rientro di Giselle dalle lezioni, dopo aver chiuso la profumeria, la Signorina Snob le preparava l’infuso con le arance e la liquirizia. Lo sorseggiavano insieme, sulla veranda, ridendo delle improbabili pettinature che le clienti più strampalate avevano sfoggiato quel giorno in negozio. Era incredibilmente bella, Giselle. Ma il suo animo luminoso aveva sempre evitato che la bellezza generasse invidia. Le si voleva bene. Ora voleva soltanto incontrare la sua amica e stringerla. Emily era così fragile. Chissà quanto si doveva essere sentita sola in quei giorni…

Torna all’indice

6. L’attesa

La Snob aveva consumato le ore d’attesa tra la finestra della cucina e il fornello. Scostava la tenda per guardare fuori, poi, con passi piccoli ma veloci, andava a far tacere il bollitore sul fuoco aggiungendo dell’acqua. Il piccolo tavolo rotondo della cucina era coperto dalla tovaglia coi merletti che usava solo quando ospiti graditi le facevano visita; capitava poche volte all’anno. C’arano le tazze da tè e i piatti in porcellana che aveva acquistato al mercato d’antiquariato del giovedì. E la zuccheriera, che apparteneva alla nonna, smisuratamente grande, con un motivo dipinto a mano che ricordava quelli delle maioliche portoghesi, rosa e giallo. Appena i fischi del bollitore concedevano una tregua, controllava soddisfatta il forno, da cui usciva il profumo di pesche e cannella che avrebbe accolto l’ospite atteso. Poi sentì il rumore di uno sportello chiudersi. Tornò veloce alla finestra. L’impazienza non la rendeva goffa. Non appariva mai goffa, la Snob. A guardarla, non ci si sarebbe nemmeno accorti della sua impazienza. Era veloce, precisa nei movimenti, come se ogni gesto appartenesse a un rituale quotidiano mai interrotto. Era leggera. Veloce e leggera. Scostò di nuovo la tenda e la vide scendere dal taxí azzurro in sosta davanti al vialetto. Le rimanevano pochi istanti per togliere il bollitore dal fuoco e mettere in tavola la torta. Lo fece. In pochi istanti. Andando verso l’ingresso passò una mano sulla tovaglia, per stendere le pieghe, senza smettere di camminare. A dispetto del suo straordinario controllo delle emozioni, gli occhi liquidi la tradivano. Forse l’avrebbe concesso un abbraccio a Giselle. Forse. Era certa avrebbero riso tanto quel pomeriggio. Con Giselle rideva sempre.

Torna all’indice

7. La distanza

Il mattino del giorno dopo il suo arrivo a Bouquet dei Folli, Giselle andò a fare visita ad Emily insieme alla zia. Non era previsto ci andassero insieme, ma quel mattino aveva lasciato intiepidire il tè. Guardava fuori. Il vetro della finestra, in cucina, era ancora appannato dalla brina dell’alba. Ma Giselle guardava oltre la brina, oltre il vialetto che attraversava il giardino della zia, le strade strette del borgo, i cafè nelle piazze, i campi di lavanda. Guardava lontano. La Snob capì. Non disse nulla ma capì. Prese il soprabito di Giselle e il suo scialle color prugna. “Andiamo cara”. Giselle le sorrise ed uscirono insieme. Da quando era tornata a Parigi, dopo l’accademia, lei ed Emily si erano scritte sempre meno. Aveva finito con il prolungare l’attesa dell’amica rispondendo alle sue lettere dopo settimane e poi dopo mesi. Quando seppe della morte di Amelia, era ormai da molto che non si scrivevano. La Snob la teneva sotto braccio.

Non lo ricordava tanto grande il giardino di Amelia. Di Emily, ora. Le parve cupo quel mattino. I tulipani e le rose sembravano ostili. L’aria fredda muoveva le fronde degli oleandri, i rami del salice frustavano il cielo. La sentiva attraversarle la pelle del viso, l’aria gelida. L’attesa di qualche decina di secondi che seguì il suono del campanello era stata interminabile, ma quando Emily aprì la porta e la vide le offri il suo sorriso più luminoso ed accogliente di sempre. “Giselle! Non posso crederci. Quando sei arrivata? Oh, non importa, sono così felice di vederti.” La abbracciò con la stessa generosità con cui le aveva sorriso. “Entrate, oggi è tremendamente freddo il vento”. Prima di varcare la soglia, Giselle si voltò verso il giardino. I rami del salice danzavano ora. Si sentì una sciocca. Sorrise alla zia ed entrarono, seguendo Emily nell’ingresso della grande casa. Avevano molto da raccontarsi.

Torna all’indice

8. Le lettere


La Signorina Snob camminava verso casa, a passo insolitamente lento. Non era in contemplazione di alcunché; sebbene apprezzasse i colori e i profumi di Bouquet dei Folli nei mezzogiorno di fine estate, non si faceva distrarre quando camminava. Era solita evitare le chiacchiere delle clienti che poteva incontrare; la trattenevano oltre quanto gradisse la loro compagnia. Ma dopo aver lasciato Emily e Giselle, congedandosi con il pretesto di concedere alle due amiche la dovuta intimità, era turbata. Stava riflettendo. E più si concentrava nel cercare di attribuire un’ordine alle cose, più il suo passo rallentava. Sarebbe parsa disorientata agli occhi delle bizzarre signore borghesi del quartiere. Ma quel mattino erano rintanate ciascuna nel proprio cottage per non offrire al vento di rabbuffare le loro teatrali messe in piega. Risolti i convenevoli, Emily aveva rivelato alla Snob e a Giselle qualcosa che non poteva lasciarle indifferenti. Dopo la morte di Amelia, la giovane aveva trovato delle lettere indirizzate alla nonna. Erano nel cassetto dello scrittoio, nella stanza dove Amelia trascorreva le buie sere d’autunno a leggere i romanzi di Jane Austen consumati negli anni. Erano lettere anonime, nessuna firma. Erano lettere di minaccia. Intimavano Amelia a non partecipare mai più al prestigioso concorso di Bouquet dei Folli per il GBB, il Giardino più Bello del Borgo. Pena un’irrimediabile contaminazione delle sue piante con parassiti voraci. In ogni lettera, parole scritte con un’elegante grafia giudicavano violentemente le sue scelte di gioventù, quando lasciò il marito, allora sindaco profondamente benvoluto di Bouquet dei Folli, per un giovinetto scapestrato di Parigi. Era stato un momento doloroso nella vita di Amelia. Il garzone parigino ebbe un incidente che gli fu fatale, e quando la donna tornò nel borgo, i suoi concittadini le furono a lungo ostili. Chissà quanto doveva aver sofferto nel rievocare quei drammatici istanti ormai lontani. Emily temeva che il suo cuore malato, spezzato tanti anni prima ma mai del tutto rinsanito, potesse non aver retto.

La Signorina Snob camminava verso casa, a passo insolitamente lento. Ad un tratto ricordò qualcosa a cui non aveva dato troppa importanza. Il mese precedente, durante una delle sue passeggiate notturne, aveva incontrato Gertrude davanti alla casa di Amelia. La donna le era parsa nervosa. Era affannata, come se avesse fatto una corsa. Nei suoi capelli c’erano tracce di fogliame…

Torna all’indice

9. L’interruzione

La mattina del giorno dopo la visita ad Emily, la Signorina Snob aprì la profumeria in ritardo. Non era un fatto insolito. Per la verità, non aveva mai dichiarato gli orari di apertura. Le “gran dame” di Bouquet dei Folli (così le chiamavano lei e Giselle) non di rado abbandonavano la vetrina indispettite dalla sua assenza. Non aveva familiarità con le convenzioni, la Snob. Riteneva fossero scomode congetture a cui non era saggio piegarsi. Ma quella mattina non aprì in ritardo per sfidare la pazienza delle clienti. Aveva bisogno di mettere in ordine gli eventi, dare sostanza ai sospetti, trovare un senso ai fatti. Che fosse per giustizia o per diletto, la sua era ormai un’indagine a tutti gli effetti. Se ne stava nel retrobottega, pregno dei profumi di erbe aromatiche, fiori selvatici e tè, da cui ricavava le essenze messe in vendita e le sue tisane, e rifletteva. Non si accorse subito del suono insistente della campanella fuori l’ingresso, tanto era immersa nel suo groviglio di pensieri. Ma chi che fosse, sapeva che nonostante le abat-jour fossero spente, la Snob era lì. E percosse la campanella ancora e ancora, finché riuscì a destarla dal suo esplorare ipotesi e possibilità circa le lettere anonime ricevute da Amelia. Si alzò seccata da quella fastidiosa insistenza, pronta a far pesare lo sgarbo di averla interrotta a chiunque avesse trovato alla porta. Essere interrotta non le piaceva affatto, meno ancora quando stava ponderando. Attraversò il negozio con il suo inconfondibile passo deciso, ma l’espressione sul volto le si ammorbidì quando vide il Fior di Baffo aldilà del vetro. Era affaticata dalle sue ricerche, e in quel momento una faccia amica la fece sentire sollevata. “Bonjour mademoiselle!” “Caro, accomodati. Non avevo sperato fossi tu.”
Il Fior di Baffo le aveva fatto visita per lasciarle alcuni libri che la sera prima Emily aveva scordato nella sua fioreria, dove aveva ordinato i gladioli e le calle per il funerale. Sapeva che lei e Giselle erano amiche e chiese alla Snob di farglieli recapitare. Tra quei libri c’era anche il diario di Emily…

Torna all’indice

10. Gertrude

Gertrude aveva un posto d’onore tra le “Gran dame di Bouquet dei Folli”. Erano impettite signore medio-borghesi tutte foulard di seta e rossetti sfacciati, che invadevano le strade del borgo con i loro profumi costosi e le rumorose chiacchiere da quartiere. Improvvisavano circoli culturali, gruppi di lettura, club di cucina: pretesti per praticare la raffinata arte del pettegolezzo. La Snob, talvolta, vedendole avvicinarsi alla profumeria, si affrettava ad esporre il cartello “Je reviens bientôt, peut-être” – “Torno subito, forse”. Poi si divertiva a spiare dal retrobottega le loro smorfie indispettite oltre la vetrina. Gertrude era considerata la Gran Dama capo. Aveva sposato il sindaco di Bouquet dei Folli da meno di un decennio. Il pover’uomo era rimasto vedovo, e Gertrude non aveva esitato nell’offrirgli una corte senza via di scampo; era determinata a mettere fine al suo status di zitella, e ci riuscì. Sapeva essere profondamente convinta dei propri mezzi e decisamente caparbia nel raggiungere i suoi scopi. Quella mattina, solo qualche giorno prima del funerale di Amelia, fece visita ad Emily. Nonostante fossero vicine di casa, non le aveva ancora offerto le sue condoglianze. Ma lo scopo di quella visita era un altro. Mentre attraversava il giardino che negli ultimi anni l’aveva confinata ad un indegno secondo posto al GBB, si morse il labbro in una smorfia contrita. Raggiunse con passo svelto l’ingresso, quasi volesse offendere le ortensie.

“Oh, Emily cara. Che orribile circostanza. Sono tanto rammaricata. M’è servito qualche giorno per riprendermi dallo shock. Coraggio, va’ a prepararmi un tè.”
Gertrude aveva con se la proposta d’acquisto della proprietà di Amelia, che era convinta Emily non avrebbe potuto rifiutare.

Torna all’indice

11. Le parole rivelatrici

Emily attendeva davanti alla porta con gli occhi gonfi di lacrime. Giselle le avrebbe fatto visita quello stesso pomeriggio, per restituirle i libri che aveva scordato nella fioreria del Fior di Baffo. Ma, sconvolta, non aveva potuto aspettare. Si era precipitata con affanno a casa della Signorina Snob, spinta dall’urgenza di rivelare all’amica l’orribile scoperta fatta quel mattino. Quando Giselle aprì la porta, Emily la abbracciò, liberando il pianto confinato nei suoi occhi verdi fino a quell’istante. “Oh, Emily. Entra, chiedo alla zia di prepararci il tè e mi racconti cos’è accaduto.”
Sapeva essere rassicurante, Giselle.
Poco più tardi la Snob serviva il tè in salotto; la stanza profumava di menta e tulipani. Emily raccontò della visita ricevuta da Gertrude quel mattino. Era stata così insolente nel presentarsi il giorno prima del funerale, con quella proposta d’acquisto! Perché tanta urgenza poi? Ma Emily conosceva Gertrude da molto tempo. Le aveva offerto il tè ed aveva ascoltato pazientemente la sua proposta, camuffata da gesto di buon cuore. “Tesoro caro, come farai ad occuparti di quest’immensa proprietà, tutto da sola? No, non preoccuparti. La zia Gertrude non ti abbandonerà in un momento simile.” Emily fatto credere a quella donna impertinente che avrebbe considerato la sua proposta dopo il funerale, in modo da farle lasciare in fretta la casa. Gertrude aveva attraversato la stanza avvolgendo le sue spalle robuste nello scialle con un gesto teatrale, e sull’uscio si era congedata con un altrettanto trattale sorriso di circostanza: “Leggi la proposta cara. Vedrai, non avrai bisogno di riflettere a lungo.”
Che sollievo per Emily quando s’era chiusa la porta. Sapeva che non sarebbe stata in alcun modo interessata alla proposta, ma la curiosità la spinse ad aprire la cerimoniosa pergamena su cui era stata scritta. Non fu il contenuto delle parole a sconvolgerla, ma le parole stesse. Il modo in cui erano scritte. Quella calligrafia. Non c’era alcun dubbio; era la stessa con cui erano state scritte le lettere di minaccia anonime ricevute da Amelia.

Torna all’indice

12. Il funerale di Amelia

La celebrazione del funerale di Amelia fu commovente. In molti riempirono l’antico cimitero di Bouquet dei Folli per congedare la concittadina perduta, sebbene fossero poche le persone a lei care. Era una donna tranquilla, Amelia. Aveva sofferto molto in gioventù e la compagnia di Mosè ed Emily le bastava. Alcune tra le sue più preziose amiche la ricordarono con parole buone; era solita passare le serate estive sulla sedia a dondolo in veranda, lo sguardo oltre i tramonti pallidi sui campi di lavanda e il cuore sazio di malinconia. Il suo viso era ancora morbido, nonostante l’età; i capelli pieni e scuri, sempre raccolti in uno chignon mai troppo ordinato. Le apparteneva quell’eleganza sobria e naturale di chi non ha nulla da esibire. Emily aveva organizzato un momento di raccoglimento nella villa dopo la cerimonia. Non aveva esteso l’invito a tutti i concittadini, ma a Bouquet dei Folli la cerimoniosità vinceva il buon senso, ed anche per chi non le era affezionato fu l’occasione di imporre la propria sfacciata presenza. Oltre agli ospiti autoproclamatisi tali, c’erano anche gli amici sinceri. C’erano la Snob e Giselle, che sarebbe tornata a Parigi l’indomani. Poi c’era il Fior di Baffo, ed anche suo cugino, Pierre Musicò, il commissario della gendarmeria. Lui era davvero affezionato ad Amelia. Le regalava spesso vecchi vinili, che accompagnavano le sue serate in veranda d’estate e davanti al camino quando incombeva l’autunno. Ogni volta che gliene portava uno, lei lo invitava ad entrare per una tazza di tè. Pierre suonava gli spartiti composti in gioventù al pianoforte, Amelia chiudeva gli occhi e si abbandonava alla melodia. Parlavano poco ma si volevano bene. Godevano della compagnia l’una dell’altro. Musicò non aveva osato tentare di avvicinarsi al cuore fragile di Amelia più di così. Quando lo vide, Emily lo abbracciò. In quello stesso istante vide entrare nella grande sala chi non avrebbe mai voluto incontrare quel giorno: Gertrude. Si atteggiava tra le Gran Dame come fosse la nuova padrona di casa. Emily, consigliata dalla Snob, aveva deciso di affrontare la questione delle lettere dopo il funerale. Ma quando la vide, sentì il cuore scoppiare di collera.

Torna all’indice

13. La tazza di té

La Snob era abilmente impegnata nell’arte dell’evitamento, che aveva raffinato da quando si era trasferita a Bouquet dei Folli. Teneva sotto braccio il Fior di Baffo e fuggiva gli sguardi. Le “Gran Dame” veneravano Giselle con esasperante teatralità, piene di rossetto e complimenti di circostanza. Lei, del resto, non era capace di negare la sua gentilezza, tradita solo dal gesto nervoso di scostarsi i capelli dal viso ritmicamente. Emily si era allontanata dal salone per preparare il tè. La Snob l’aveva vista dirigersi svelta, in cucina; le era parsa tesa, rigida. Pochi degli ospiti s’erano accorti dell’assenza di Emily e il fischio del bollitore non coprì il fragore del chiacchiericcio. A parte la Snob, soltanto Giselle la cercava con lo sguardo, nella vana speranza di chiudere il sipario su quel vuoto e imbarazzante pour parler.
Era il suo ultimo giorno a Bouquet dei Folli e desiderava trascorrere più tempo possibile accanto all’amica. Qualche istante più tardi Emily ricomparve; tra le mani teneva un vassoio che appariva smisuratamente grande accostato alla sua corporatura gracile. Sul vassoio, il servizio da tè in porcellana di Amelia. Sei tazze con i tulipani, dipinti dalla stessa Amelia, una color pesca. Nessuno la notò attraversare il salone finché Giselle non la raggiunse. Gertrude, consumatrice compulsiva di tè, sapeva quant’erano apprezzabili gli infusi che Amelia preparava con le erbe del suo giardino, e si avvicinò bruscamente alla due amiche. Più cercava di apparire elegante, più i suoi movimenti si facevano goffi. Giselle fu sorpresa nel notare la spontaneità con cui Emily le offrì la tazza di tè, ma penso che non fu un caso se scelse quella color pesca, l’unica che non aveva dipinto Amelia. “Oh mon dieu! Sono desolata Gertrude. Emily cara non preoccuparti, me ne occupo io. Sono così maldestra!”. La Snob aveva urtato Gertrude e la tazza le era caduta dalle mani, frantumandosi e inzuppando la moquette. Ma la Snob non era affatto una donna maldestra…

Torna all’indice

14. La drammatica rivelazione

Il commissario Musicò era stato raggiunto alla villa da un gendarme per una comunicazione urgente. Aveva notato l’arrivo del collega in uniforme attraverso le grande finestre del salone. Nessun altro avrebbe potuto accorgersene; la pioggia aggrediva violentemente le vetrate, offuscando i confini tra le figure e il paesaggio. All’esterno tutto appariva fluido, grigio, sfuocato. Ma Musicò era un uomo attento. Doveva esserlo. Non si conceda distrazioni quando indossava l’uniforme. Così, quando si era accorto della figura scura che si avvicinava all’ingresso, si era allontanato con discrezione per evitare di generare allarmismi.
Per gli ospiti la sua assenza durò un impercettibile istante, ma quando tornò nel salone si sentiva come riemerso da un profondo pozzo buio. Attraversò la stanza ad un passo drammaticamente lento. Aveva gli occhi umidi, fuggiva gli sguardi fissando un vuoto corridoio immaginario davanti a sé. Il chiacchiericcio era ovattato, ogni suono aveva perso il suo fragore. Raggiunse il Fior di Baffo e la Snob nel centro del salone ma non disse loro una parola.
“Attention, s’il vous plait.”
Lo disse con voce ferma e solida, ma il cuore tremava.
“Mi duole profondamente condividere questa notizia in un momento di raccoglimento, ma è giusto sappiate. Mi è appena stato comunicato che Amelia… La Signora Amelia, è stata avvelenata. È il responso degli ultimi accertamenti.”In un istante tutto tacque. Lo sconcerto soffocò le chiacchiere e i respiri. Vista da fuori, poteva sembrare la scena di uno di quei quadri viventi, in cui gli attori, immobili, esasperano le espressioni del viso per congelarne la drammaticità. Ciascuno confidava nel gesto di qualcun altro che interrompesse l’apnea.

“È stata lei. È stata lei di certo! Scriveva delle lettere di minaccia alla nonna, senza firmarsi. Ho le prove, commissario. Ho le lettere…”
Emily, con le guance color ciliegia inondate di lacrime, puntava il dito verso Gertrude. Era sconvolta, ma ancor più piena d’ira. Le Gran Dame si strinsero intorno all’accusata che ostentava teatralmente il suo sdegno. Il fragore del chiacchiericcio ridiede vita alla stanza; Emily sentiva tutti gli occhi puntati addosso, occhi che la fissavano come si fissano i folli.
“Giselle cara, occupati degli invitati. Assicurati che tutti abbandonino la casa. Commissario, portiamo Emily in cucina”. La Snob sapeva essere pragmatica anche nelle situazioni più drammatiche.ù

15. Il diario di Emily

Diario di Emily,
24 maggio

Le condizioni di salute della nonna vanno peggiorando. Il dottore dice che il cuore s’è fatto debole. Sono sempre più frequenti le crisi del respiro. Mi spavento terribilmente ad ogni colpo di tosse. Vederla così affaticata mi spezza il cuore. Sento di non potere nulla per alleviare la sua fatica. Sono addolorata ma anche in collera; Bouquet dei Folli mi ha resa prigioniera. Avrei voluto spiccare il volo, seguire Giselle a Parigi. Volevo la vita mi sorprendesse, con tutte le sue inaspettate possibilità. Ora anche le ortensie e i tulipani mi appaiono ostili. Mi sento in trappola.

12 giugno

La nonna non riesce più a fare le scale da sola. Ha bisogno del mio aiuto per alzarsi e coricarsi a letto. Devo esserci, per la nonna, ogni mattina ed ogni sera. Cucino, le preparo il tè e mi occupo di questa casa grande e vuota. Vorrei non s’accorgesse di quanto mi sento infelice, ma i miei occhi son di cristallo per lei, legge con chiarezza cosa celano. So che questo peso affatica il suo cuore malato. Mi ha confessato che ogni notte aspetta un angelo, prega che la porti via nel sonno, per tornare a sentirsi leggera come quand’era innamorata a Parigi. Vorrei tanto offrirle sollievo. Vorrei offrirlo a me stessa. Ormai non parliamo quasi più; la casa è abitata da un silenzio denso e opprimente. Fuori tutto tace, dentro il cuore sento le grida.

4 luglio

La nonna dice che non parteciperà alla prossima edizione del GBB. Negli ultimi anni quest’evento soltanto le ha offerto quale istante di gioia. Credo che ormai si stia spegnendo. L’aver perso il controllo sulla sua vita, il non potersi più concedere gli amati svaghi, ha riportato a galla tutto il dolore di un’esistenza in apnea. Il suo cuore s’è ammalato in gioventù, quando perse quell’amore per cui la gente meschina di questa sciocca città ancor oggi la giudica. È penoso vederla così. Non lo sopporto.

26 luglio

Vivo nella perenne attesa che la nonna possa abbandonarsi tra le braccia di quell’angelo. No, non provo vergogna. Entrambe desideriamo la libertà, perché ci amiamo, e la sofferenza dell’una amplifica quella dell’altra. Che sollievo per il cuore saperci libere da questa vita; ormai è null’altro che una schiavitù. Durante le ultime settimane ho fatto delle ricerche sulle erbe che coltiviamo in giardino. Si tratta di un patrimonio ricchissimo; del resto la nonna ha dedicato loro tutta sè stessa. Alcune non erano nemmeno nei libri di botanica dell’Accademia; ho dovuto prenderne alcuni in prestito nella piccola biblioteca vicino la fioreria. Ho scoperto si tratta di erbe velenose molto rare. Fortuna che Mosè non ha mai pensato di farci uno spuntino!

29 agosto

Oggi la nonna mi ha chiesto di fare una cosa orribile. Non riesco nemmeno a scriverla, non posso credere sia reale. Credo che stia davvero soffrendo moltissimo. Dice che questa è la sua stagione preferita; può godere dei tramonti più belli in veranda, sulla sedia a dondolo, mentre sorseggia il tè. E Mosè le fa compagnia. Dice che è così che vorrebbe congedarsi al mondo, con la luce calda della sera che colora d’oro le ortensie e i tulipani. Affacciata sul suo amato giardino. Il profumo di lavanda dai campi lontani che le invade le narici e il cuore; un senso di quiete. Chiuderebbe gli occhi per l’ultima volta, serena. Vuole che io l’aiuti, con la Datura stramonium, l’erba del diavolo, che ha essiccato da tempo. Ne basterebbero pochi grammi nel tè e il suo cuore malato smetterebbe di battere. Era così lucida nel farmi una richiesta tanto drammatica. Dice che nessuno sospetterebbe nulla, sembrerebbe solamente che il suo cuore si fosse fermato. Avrei voluto schiaffeggiarla, gridarle addosso. Ma i suoi occhi mi hanno immobilizzata. L’ho soltanto ascoltata e, senza dire una parola, sono tornata nella mia stanza.

21 settembre

Non ne abbiamo più parlato, io e la nonna. Ma i sui occhi mi hanno supplicato ogni giorno, incessantemente, di esaudire la sua richiesta.
Oggi è la sera migliore. Ci sarà il solstizio, qualcosa di vecchio si conclude ed una nuova fase inizia. Le ortensie e i tulipani si sono fatti belli come mai prima d’ora, vestiti di colori caldi e di rame. L’aria è tiepida, la luce fioca. Tutto profuma d’addio. Il giardino e il cielo sanno, congedano la nonna con immensa generosità. C’è silenzio, quiete. La gravità s’e fatta da parte, tutto sembra fluttuare leggero. Il bollitore fischia. Il tè è pronto. Il suo ultimo tè…

La Snob sapeva. Dalle pagine del diario di Emily, portatole dal Fior di Baffo, era caduta qualche foglia di Datura stramonium, l’erba del diavolo. Ne aveva letto le proprietà letali in un antico libro di botanica sfogliato durante le sue ricerche nel retrobottega. Era intelligente e intuitiva, la Snob. Letta qualche pagina, aveva compreso. Ma era anche profondamente umana. Come lo era il commissario Musicò. La sentenza di avvelenamento fu rettificata ed Emily partì con Giselle per Parigi. Nessun’altro conobbe la verità. Digerito lo sgomento per quanto accaduto al funerale, i violinisti di strada ripresero a suonare per le vie del borgo; le Gran Dame, tutte chiacchiere e rossetto, tornarono a riempire le strade con le loro movenze teatrali e le risate squillanti. La Snob, quando le vedeva avvicinarsi alla vetrina, esponeva il cartello “Je serais de retour bientôt. peut-être” – “Torno subito. Forse.” Poi si nascondeva ad osservare divertita le loro smorfie indignate dal retrobottega. La sua indagine segreta aveva permesso di svelare la verità. Si era sentita a suo agio nei panni dell’investigatrice improvvisata, e già qualcosa di nuovo le frullava per la testa…

Torna all’indice