Felice in ciabatte

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Penso sia difficile, per chi è vissuto sempre nello stesso luogo, capire davvero cosa vuol dire sentirsi di nuovo a casa. Io sono un predestinato al nomadismo. Quando mi chiedono “di dove sei?”, non so mai cosa rispondere. Racconto la solita solfa a tutti, lasciando loro l’onere della scelta. Sono cresciuto in Calabria, ma i miei genitori si sono conosciuti a Palermo, dove sono nato. Le loro rispettive famiglie si erano trasferite (da due diverse zone della Sicilia) quando entrambi erano già adolescenti. In pratica esisto grazie a una convergenza di migrazioni: levare le tende fa parte della mia storia da prima che nascessi. Per questo dico di essere predestinato al nomadismo. Così è stato naturale, a diciott’anni, decidere di salpare e andare a studiare a Pisa. Sei anni dopo e otto anni fa, ho di nuovo cambiato aria e sono arrivato a Trento.

A ogni cambio di città, ho dovuto rinunciare alla quotidianità con le persone a cui ero legato. Ma dato che sapevo che gli affetti se ne fregano della geografia, questo non è stato un vero problema: anzi! Partendo mi sono lasciato dietro anche definizioni, aspettative e qualcuna di quelle gabbie che ci si autoimpone per corrispondere all’immagine che gli altri hanno di te. Ho avuto l’occasione di “ballare come se nessuno mi guardasse”, ed è stato liberatorio e formativo. In più, dovermi integrare in ambienti nuovi mi ha educato all’abitudine di mettermi in discussione, rendendomi più aperto all’ascolto e al cambiamento. Insomma, sono felice della mia origine vagabonda, grazie alla quale ho esplorato mondi (interiori ed esteriori) che mi sarebbero stati preclusi se fossi rimasto fermo. Però a furia di crescere, cambiare, mettersi in discussione, aprirsi al confronto, è facile perdere il contatto con la propria identità. Spesso viene il dubbio di essersi persi per strada dei pezzi indispensabili di sé. Ti chiedi: “ma tu chi sei veramente?”, e non c’è più nessuno là fuori che ti conosca abbastanza per ricordartelo. I genitori e i vecchi amici si sono persi i dettagli delle evoluzioni più attuali. Quelli nuovi non hanno ancora capito tutto delle basi. Ci si sente come a stare a lungo in giro per il mondo, parlando lingue straniere, dormendo in ostelli sempre diversi tra persone conosciute per un giorno o due. E’ stimolante e ricco, ma dopo un po’ viene voglia di facce, luoghi e parole note.

Solo negli ultimi giorni ho realizzato che le cose stanno cambiando. Pian piano, tutti i pezzi che sembravano smarriti riemergono e tornano a posto da soli, senza sforzo, come i giocattoli nella stanza dei bambini di Mary Poppins. Inutile dire chi devo ringraziare… Kino ha fatto spazio tra le sue radici per lasciarmi piantare le mie. Con lui, con i suoi amici d’infanzia (che ormai sono nostri), con la sua famiglia (di cui ormai faccio parte), mi sento sempre più autentico, più libero, più io. Ed è come ritornare finalmente a casa da quel lungo viaggio, mettersi in pigiama e ciabatte e cenare a latte caldo e biscotti. E’ una sensazione allo stesso tempo di protezione e di appartenenza, che mi mancava dai tempi del primo trasloco.

Ci saranno altre occasioni di rimettersi in viaggio (almeno in senso metaforico), anzi, è necessario: dopo un po’ i piedi cominciano a prudere. Ma intanto mi godo questa pace, e quando sarà, so che un pezzo di casa me la porterò dietro, perché a partire saremo in due.

Gino

4 thoughts on “Felice in ciabatte

    1. Grazie, Lucrezina, consoli la mia notte insonne congestionata dall’allergia. Ho visto sul tuo blog che anche tu sei una migrante sin da piccola. Grazie di seguirci sempre!

    1. Grazie Lucrezina! Che piacevole sorpresa! Sono gongolante di gioia! Non vedo l’ora di potermi ritagliare un momento per partecipare! È davvero un’iniziativa adorabile!

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