Si è spento il sole

Arrivano all’improvviso, con la stessa bellezza drammatica delle eclissi totali. Sono i momenti in cui gli occhi di Kino si rabbuiano, ritirandosi in una malinconia tutta privata e sfuggente. Non sono solo io a notarlo, che quegli occhi li conosco bene: se ne accorge chiunque che la temperatura scende bruscamente.
Un tempo ne soffrivo; cercavo di capirli, volevo rimediare, temevo di esserne la causa. Che ingenuo! Chi mai può credere di causare il transito della luna, o per quanto si sforzi accelerarne il movimento?
Ora mi godo invece il mistero del non poter sapere cosa prova in quei momenti, la nostalgia della sua breve assenza. A volte mi acciambello su di lui come un gatto. Anche se mi sembra che non gli piaccia, e che preferirebbe stare per conto suo, quasi sempre mi lascia fare: mi piace pensare che sia un privilegio riservato solo a me. E stiamo così per un po’, appiccicati e distanti, separati dalla luna. Amo questi momenti: c’è una poesia paradossale in questo esilio momentaneo dalla sua anima. E’ come se, ricordandomi che non posso averci accesso in ogni istante, diventasse per me ancora più preziosa.

Poi, di nuovo all’improvviso, il suo sguardo torna a posarsi su questo mondo, e a me sembra di tornare in paradiso.

Gino

Felice in ciabatte

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Penso sia difficile, per chi è vissuto sempre nello stesso luogo, capire davvero cosa vuol dire sentirsi di nuovo a casa. Io sono un predestinato al nomadismo. Quando mi chiedono “di dove sei?”, non so mai cosa rispondere. Racconto la solita solfa a tutti, lasciando loro l’onere della scelta. Sono cresciuto in Calabria, ma i miei genitori si sono conosciuti a Palermo, dove sono nato. Le loro rispettive famiglie si erano trasferite (da due diverse zone della Sicilia) quando entrambi erano già adolescenti. In pratica esisto grazie a una convergenza di migrazioni: levare le tende fa parte della mia storia da prima che nascessi. Per questo dico di essere predestinato al nomadismo. Così è stato naturale, a diciott’anni, decidere di salpare e andare a studiare a Pisa. Sei anni dopo e otto anni fa, ho di nuovo cambiato aria e sono arrivato a Trento.

A ogni cambio di città, ho dovuto rinunciare alla quotidianità con le persone a cui ero legato. Ma dato che sapevo che gli affetti se ne fregano della geografia, questo non è stato un vero problema: anzi! Partendo mi sono lasciato dietro anche definizioni, aspettative e qualcuna di quelle gabbie che ci si autoimpone per corrispondere all’immagine che gli altri hanno di te. Ho avuto l’occasione di “ballare come se nessuno mi guardasse”, ed è stato liberatorio e formativo. In più, dovermi integrare in ambienti nuovi mi ha educato all’abitudine di mettermi in discussione, rendendomi più aperto all’ascolto e al cambiamento. Insomma, sono felice della mia origine vagabonda, grazie alla quale ho esplorato mondi (interiori ed esteriori) che mi sarebbero stati preclusi se fossi rimasto fermo. Però a furia di crescere, cambiare, mettersi in discussione, aprirsi al confronto, è facile perdere il contatto con la propria identità. Spesso viene il dubbio di essersi persi per strada dei pezzi indispensabili di sé. Ti chiedi: “ma tu chi sei veramente?”, e non c’è più nessuno là fuori che ti conosca abbastanza per ricordartelo. I genitori e i vecchi amici si sono persi i dettagli delle evoluzioni più attuali. Quelli nuovi non hanno ancora capito tutto delle basi. Ci si sente come a stare a lungo in giro per il mondo, parlando lingue straniere, dormendo in ostelli sempre diversi tra persone conosciute per un giorno o due. E’ stimolante e ricco, ma dopo un po’ viene voglia di facce, luoghi e parole note.

Solo negli ultimi giorni ho realizzato che le cose stanno cambiando. Pian piano, tutti i pezzi che sembravano smarriti riemergono e tornano a posto da soli, senza sforzo, come i giocattoli nella stanza dei bambini di Mary Poppins. Inutile dire chi devo ringraziare… Kino ha fatto spazio tra le sue radici per lasciarmi piantare le mie. Con lui, con i suoi amici d’infanzia (che ormai sono nostri), con la sua famiglia (di cui ormai faccio parte), mi sento sempre più autentico, più libero, più io. Ed è come ritornare finalmente a casa da quel lungo viaggio, mettersi in pigiama e ciabatte e cenare a latte caldo e biscotti. E’ una sensazione allo stesso tempo di protezione e di appartenenza, che mi mancava dai tempi del primo trasloco.

Ci saranno altre occasioni di rimettersi in viaggio (almeno in senso metaforico), anzi, è necessario: dopo un po’ i piedi cominciano a prudere. Ma intanto mi godo questa pace, e quando sarà, so che un pezzo di casa me la porterò dietro, perché a partire saremo in due.

Gino