Questione di scelta? A volte no…

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Recenti riflessioni mi hanno portato ad interrogarmi su quanto potere di scelta esercitiamo su noi stessi nel corso di una vita intera. Quando siamo davvero padroni delle nostre scelte? Quando invece siamo involontariamente condizionati dalla nostra emotività piuttosto che dai nostri limiti? Ma soprattutto, siamo consapevoli che spesso quella che consideriamo una libera scelta è invece l’unica possibilità che abbiamo di approciarci ad una data situazione considerate le nostre risorse e le nostre difficoltà? Abbiamo spesso la presunzione di considerarci più padroni di noi stessi di quanto non siamo in realtà. E questo scaturisce sensi di colpa terribilmente frustranti. Ma chi la fa davvero da padrone? Soltanto la nostra volontà? Od è semplicemente ciò che siamo a determinare le nostre decisioni, indipendentemente da quello che vogliamo? Anche nel giudicare le scelte degli altri ci ritroviamo spesso a non considerare questo fattore. Ovvero che ognuno fa il meglio che può, con le risorse che ha a disposizione ed in relazione al proprio vissuto. L’assumere comportamenti profondamente dannosi per se stessi talvolta non è il frutto di una totale mancanza di raziocino o di tendenze masochiste, ma semplicemente la necessità di trovare una via di fuga, il bisogno inconscio di esternare un disagio, l’incapacità di affrontare in altro modo le proprie fragilità, le insicurezze, il dolore. Il Dolore. Forse è proprio il Dolore che nella maggior parte dei casi veicola quelle che definiamo impropriamente “scelte”. Ma scelte non sono. Sono la nostra vulnerabilità, la nostra sofferenza che si esprimono al posto nostro. Dovremmo ricordarcelo. Per imparare ad essere più indulgenti con noi stessi. Per non giudicare le azioni degli altri sulla base di schemi e preconcetti. Il pettegolezzo è insito nella nella natura umana e non è grave sorridere delle scappatelle extraconiugali di una vicina di casa annoiata sorseggiando il the con le amiche. Ma credo sia importante ricordare che la gente porta addosso le medaglie della propria mediocrità e della propria imperfezione con tutta la dignità che riesce a racimolare. E fa sempre il meglio che può. Sempre.

Kino

Cartoni con l’anima

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Da piccolo, guardare i cartoni animati dopo i compiti era un momento sacro della giornata. Lo scorrere della programmazione televisiva sempre uguale aveva la costanza rassicurante delle litanie zen che si ascoltano nei templi buddisti. Era molto fastidioso, al contrario, doversi adattare a guardare dei cartoni diversi quando finivano le puntate di quelli soliti (conosco persone che rivivono periodicamente la stessa sensazione con le serie TV: loro potranno capire cosa intendo).

Anche fuori dallo schermo, i cartoni non smettevano di dare felicità, ispirando a vele spiegate le storie in cui coinvolgevo i fidati Lego. Così davo ordini ai mattoncini colorati di organizzarsi in navicelle volanti, dotate di armi segrete, nascondigli mobili e infinite capacità di trasformazione. Loro però obbedivano fino a un certo punto, e a me toccava sempre sprecare le mie riserve di fantasia per sopperire alla loro scarsa adattabilità.

I personaggi poi, anche quelli secondari, erano spesso un modello di riferimento per districarmi nei mille pericoli della vita da bambini. Senza l’incoraggiamento del saggio David Gnomo, andare a comprare un quaderno da solo avrebbe avuto un unico, drammatico epilogo: farmi prendere in giro dal commesso. Né avrei potuto attraversare il corridoio buio di casa, la sera, se non avessi potuto vestire la mia fifa con la tecnologia antiproiettile dei M.A.S.K.! Era infatti sempre attuale, nella mia immaginazione, il rischio che un malintenzionato si fosse appostato al di là della soglia d’ingresso, pronto a sparare un colpo attraverso la porta non appena avessi trovato il coraggio di espormi al fuoco.

E poi ovviamente c’erano le sigle della dea della musica dal cognome di cereale. Ancora oggi Cristina d’Avena accompagna me e Kino in molti dei nostri viaggi: ad esempio, sulla strada per Malpensa, destinazione Thai… Sarebbe stato bello vedere la faccia dell’energumeno del parcheggio quando, accendendo la macchina per spostarla, si è visto spettinare da “I puffi sanno” sparata a tutto volume nell’autoradio (per la cronaca, era pelato).

I cartoni da citare sarebbero decine, ma mi sono imposto di scegliere una lista dei miei tre preferiti.

Sul gradino più basso del podio, Doraemon, gatto pancione venuto dallo spazio per aiutare il suo padroncino pigro Nobita. A ogni puntata tirava fuori dalla tasca sulla pancia un aggeggio avveniristico che avrebbe dovuto facilitare le cose a Nobita, ma quest’ultimo trovava sempre il modo di cacciarsi nei guai, e naturalmente toccava a Doraemon salvarlo. La curiosità di scoprire il gadget della puntata e di immaginare gli usi che avrei potuto farne io nella mia vita quotidiana gli ha guadagnato questa posizione. Credo però che mini-Gino abbia anche imparato molto dalla bontà paziente e indulgente di Doraemon. Tra l’altro, è stato divertente scoprire che in Thailandia è tuttora una specie di eroe nazionale: si trova dappertutto, sui rivestimenti dei tuk tuk, sulle pubblicità delle banche, persino tra le sorprese degli Happy Meal.

La medaglia d’argento va a Holly&Benji, che rappresentava la mia passione per il calcio (poi scemata con l’età della ragione). Mi identificavo molto in Bruce Harper, difensore (sfigato già a partire dal ruolo) panchinaro, imbranato ma testardo, che a forza di provarci riusciva a compensare almeno in parte il suo scarso talento. Tra l’altro è stato guardando Holly&Benji che ho scoperto, all’età di 14 anni, la mia omosessualità… ma questa è una storia lunga che mi riservo, semmai, per un altro post. È ora invece di dichiarare il vincitore di questa mia personale classifica…

(Rullo di tamburi…)

YATTAMAN!

Lo so, molti saranno delusi, probabilmente neanche lo conoscono… Eppure per me era nettamente il migliore. In ogni episodio il trio sgangherato di cattivi (una donna sexy e due uomini oribbili) a bordo di un animale-robot ogni volta diverso si scontrava con gli Yattaman, una coppia (etero) di buoni, ovviamente strafighi, in sella a un mega-robot a forma di San Bernardo. La parte più divertente era quando veniva la scelta l’arma a sorpresa dei buoni, attraverso una gara piuttosto ridicola tra tre animaletti-robot che avveniva all’interno del cagnone di metallo. Credo che quelle scene siano state le vere muse della mia anima nerd, che mi ha portato a scegliere un tipo di lavoro che a me sembra un gioco!

Questa è la mia classifica: sarebbe carino adesso sapere la vostra! Ma invece di lanciare una nuova, banalmente moderna, importunamente virale catena di nomination sui social, vi invito a scriverla nei commenti giù!

Gino

P.S.: nel caso non ve ne foste accorti… per un momento di nostalgia, o per un supporto mnemonico, potete cliccare sui nomi dei cartoni animati scritti in verde.

In my shoes

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Perseguire i propri obiettivi è spesso un compito arduo. La strada che porta alla meta si rivela  impetuosa e ricca di imprevisti che talvolta portano a sentirsi profondamente scoraggiati. Ma credo che, ancor prima di imboccare quella strada e prepararsi ad affrontarne le impervie difficoltà, sia molto complicato trovarla la strada. Per quanto possa essere difficile fare quello che si vuole, lo è molto di più capire cosa si vuole; trovare qualcosa in cui potersi riconoscere, vestire dei panni in cui sentirsi a proprio agio. Per me questa è sempre stata una sfida enorme!

Mi reputo una persona curiosa, che cerca approci sempre nuovi. Non ho paura di sperimentare e sperimentarmi in ruoli diversi, ma recentemente ho cominciato a soffrire la mancanza di una vocazione, di un percorso che si adatti bene alle mie scarpe. A volte mi sono sforzato di dedicarmi con una passione fittizia a situazioni che si avvicinavano più all’immagine idealizzata che ho di me stesso che al vero me. Ed oggi ho la sensazione che questo mi abbia fatto perdere del tempo prezioso che avrei potuto dedicare alla ricerca del MIO vero cammino. In realtà non sono del tutto pentito poiché ogni esperienza mi ha arricchito, permettendomi di maturare una grande flessibilità nell’avvicinarmi a situazioni diverse, ma ora voglio tracciare un nuovo percorso verso me stesso. In inglese si usa l’espressione “In my shoes” per indicare il sentirsi nei propri panni, dunque a proprio agio con se stessi. Ed io voglio poter comprare le scarpe giuste, avendo capito qual’è la strada da percorrere.Watch movie online Rings (2017)

Sabato scorso, durante una lezione del corso di counseling che sto frequentando, ho avvertito una sensazione nuova, mai provata prima. Ero rapito dalle accattivanti modalità del docente (una persona profondamente sensibile e con un’intelligenza fuori dal comune, il mio preferito!) di spiegarci le dinamiche che caratterizzano i rapporti di coppia. Ad un certo punto ho sentito qualcosa che iniziava a crescermi dentro occupando sempre più spazio nella mia mente e nel mio cuore. Era il seme della consapevolezza che cresceva come quelle immagini accelerate dei documentari naturalistici in cui il bocciolo si apre in un fiore meraviglioso nel giro di pochi secondi. Allo stesso modo quella consapevolezza è esplosa come un piccolo Big Bang emotivo che ha dato origine ad una rivelazione eccitante; il mio percorso, quello giusto, mi è apparso chiaro e nitido davanti agli occhi. Ho compreso in un istante che il mio desiderio di crescere, maturare, migliorarmi, è diventato l’aspirazione di aiutare le persone a guardarsi dentro per conoscersi, comprendersi, accettarsi. Ne abbiamo tutti così bisogno, di imparare a volerci bene. Un compito oggi difficile come non mai!

Io sto cogliendo i frutti di un percorso in questa direzione e li voglio condividere, voglio che le persone si sentano “rapite dalle mie accattivanti modalità” di spiegare loro come ritrovare se stesse. Oh, mi sentirei così a mio agio in questi panni!
E magari aprirei un piccolo studio: “Il lato fresco”, per aiutare chi non gira il cuscino da troppo tempo a riscoprire la piacevole sensazione di freschezza della guancia appoggiata sul cotone delle federa. È stato quasi come innamorarmi, perché ci si può innamorare delle idee come delle persone. Ed esattamente allo stesso modo all’inizio sembra tutto facile e meraviglioso, le complicazioni arrivano poi…
Ho deciso che me la vivrò così, con la consapevolezza che le difficoltà arriveranno ma incoraggiato dalla convinzione di sapere esattamente cosa mettere nella valigia per affrontare questo viaggio. Il MIO viaggio. Quello giusto.
Frank Sinatra cantava:

I planned each charted course;
Each careful step along the byway,
But more, much more than this,
I did it my way.

Ho programmato ogni percorso
Ogni passo attento lungo la strada
Ma più, molto più di questo
L’ho fatto a modo mio.

Ed è esattamente ciò che spero di pensare tra qualche anno voltandomi indietro.

Kino