Logo di famiglia

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Molte persone preferiscono non farsi tatuaggi, per paura che un giorno potrebbero pentirsene. Effettivamente si può capire: è una scelta quasi irreversibile. E’ come se ci si sposasse col proprio tatuaggio, e chiedere il divorzio non è per niente banale. Allo stesso modo, quando ci si sposa è come se ci si tatuasse l’altra persona addosso.

Da qualche giorno Kino ed io abbiamo stabilito che quando ci sposeremo (con o senza il riconoscimento dello Stato, tié) anziché scambiarci gli anelli, ci faremo un tatuaggio nuziale. In pratica ognuno di noi si tatuerà un’immagine in cui ci riconosciamo come individui e come coppia, e che avrà un senso da sola, ma al tempo stesso completerà il suo significato solo con quella dell’altro.

I tatuaggi hanno molti vantaggi interessanti, sia simbolici che pratici:

  • restano sempre della tua misura, senza stringere se ingrassi o allentarsi se dimagrisci;
  • sono segni particolari, di quelli che aiutano a riconoscere il tuo cadavere se la Regina di cuori del paese delle meraviglie ti ha fatto tagliare la testa;
  • permette di riconoscere una coppia anche se in spiaggia giocano a beach volley in due squadre diverse: praticamente una certificazione pubblica di appartenenza reciproca!
  • invecchiano con te, portando i segni degli anni passati insieme;
  • sono totalmente personalizzabili! Li puoi fare grandi, piccoli o medi, sulla spalla, sulla caviglia o dietro l’orecchio, in bianco e nero o colorati, uguali, simili o complementari, astratti, grafici, a fumetti, pittorici, puntinisti, impressionisti, neoclassici, tribali, steampunk, biomeccanici, romantici…

Non abbiamo ancora scelto cosa rappresenterà il nostro tatuaggio… ma abbiamo qualche idea, ed il tempo per trovare l’ispirazione perfetta. Sarà come scegliere un logo per la famiglia che decideremo di creare insieme.

Gino

Breakfast in love!

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Alice sorrise: “E’ inutile tentare,” disse; “uno non può credere a cose impossibili.”

“Io oserei dire che non hai fatto molta pratica,” disse la Regina. “Quando ero giovane, lo facevo sempre per mezz’ora al giorno. Ebbene, a volte ho creduto ad addirittura sei cose impossibili prima di colazione.

La colazione è il momento della giornata che preferisco. Il profumo dei croissant al cioccolato che infilo nel forno ogni mattina per me e Gino invade la casa e mi fa sorridere il cuore. Allora inizio a chiacchierare, a condividere riflessioni e buoni propositi tra un sorso di caffè ed un morso alla brioche, e Gino mi ascolta con gli occhi ancora assonnati di chi la mattina si rifiuta di affidarsi all’aiuto (per me indispensabile) della caffeina. È sempre un momento un po’ speciale, per noi, la colazione. È come se ogni mattina festeggiassimo l’inizio di una nuova giornata ancora insieme, perché anche se siamo convinti di avere tutta una vita da condividere, ci piace non dare nulla per scontato e celebrare il nostro volerci bene. E allora apparecchio la tavola con le tovagliette a pois che si abbinano bene all’arredamento della casa, lascio i croissant in forno finché la superficie non diventa croccante e il ripieno di cioccolato non si è sciolto, a volte scrivo un bigliettino per strappargli un sorriso. Anche quando viaggiamo cerchiamo sempre di trovare un posticino speciale per la colazione: ci infiliamo nei vicoli meno turistici alla ricerca di qualche tavolino in ferro battuto o di un insegna in stile bohémien che facciano presagire un atmosfera romantica dove poter brindare con muffin e cappuccino! Se il buon giorno si vede dal mattino noi di certo ci impegniamo parecchio per rendere buone le nostre giornate! 🙂

Kino

Coming out (non si finisce mai)

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Oggi ho fatto coming out con il mio padrone di casa. Per chi ancora non lo sapesse, fare coming out vuol dire rivelare la propria omosessualità a qualcuno. In un mondo semplice questo post suonerebbe completamente inutile, come se raccontassi che ho confidato al barista sotto casa di avere un portachiavi a forma di cane. Non è una confidenza, ognuno può avere il portachiavi che vuole, no? Ma poiché viviamo nel più complicato dei mondi possibili, è un episodio che racchiude qualche istante di paranoie.

È successo così: il mio padrone di casa sta cercando di vendere l’appartamento in cui vivo e domani verrà a mostrarlo a un potenziale acquirente mentre io sarò al lavoro. Dato che a quell’orario Kino sarà a casa, l’ho semplicemente avvertito che ci sarebbe stato il mio ragazzo. Mi ha risposto “Ok, grazie”.

Prima di scrivergli così, il primo istinto è stato, come sempre, quello di dire “un mio amico”, anziché “il mio ragazzo”. Anche quando ho chiamato la questura per informazioni sul passaporto di Kino, ho dovuto decidere se era meglio dire “un mio amico”. Il fatto è che, nella lingua italiana del 2014 l’espressione “il mio ragazzo” (detta da un ragazzo) non serve per indicare un membro della mia famiglia, ma si traduce più o meno come “lo sa che sono gay?”. L’informazione logistica che si voleva dare scompare totalmente. Immaginatevi la conversazione:

“Domani posso venire a mostrare la casa a un acquirente?”
“Certo, io sarò al lavoro ma lo sa che sono gay?”

Oppure:
“Buongiorno, vorrei un’informazione sui passaporti… no, non è per me, ma lo sa che sono gay?”

Giustamente l’interlocutore penserebbe, nel migliore dei casi: “che c’entra? si vanta del suo orientamento sessuale?” o, se è un uomo: “ci sta provando con me?”. Sarebbe effettivamente una cosa piuttosto inappropriata da dire. In più, per quanto gli omofobi siano una specie fortunatamente in declino, c’è sempre la possibilità di suscitare antipatia o, peggio, ostilità. Mentre invece certi tipi di rapporti sociali uno ci terrebbe a non comprometterli, non fosse altro per le seccature che ne possono conseguire.

Ecco perché “il mio ragazzo” è un’espressione ingombrante. Distrae, spesso imbarazza, a volte indispone. Per questo può essere comodo evitare di confondere gli interlocutori dicendo “un mio amico”… Tutte le volte bisogna scegliere se usare l’espressione più pragmatica o affermare il proprio diritto a dare il giusto nome e dignità alle cose: dopotutto stiamo parlando della persona che mi sta accanto tutti i giorni, non di crêpe e omelette (che molti trentini hanno il vizio di confondere)! Alla fine, anche se con un attimo di esitazione, preferisco quasi sempre la seconda opzione: così il più complicato dei mondi possibili diventa pian piano migliore, man mano che le persone si abituano a reagire, come il mio simpatico padrone di casa, con un semplice “Ok, grazie”.

Gino